L’autore dei tweet che hanno contribuito ad animare l’incontro di Bergamo di Confindustria interviene sul rapporto tra tecnologia e imprese

Da qualche anno ha un blog (Pensieri in libertà di un imprenditore) dove parla di impresa e della difficoltà di essere imprenditori in Italia. Al riparo dell’anonimato, è impegnato anche in Confindustria, commenta le vicende di questo paese con particolare attenzione al mondo delle aziende e alle vicende dell’economia.

Ma è stato con i suoi tweet dall’incontro di Confindustria di Bergamo che l’Imprenditore ha ottenuto (anche se non proprio cercato) il suo quarto d’ora di celebrità. L’effetto dei suoi commenti è stato amplificato perché, in teoria, l’incontro era a porte chiuse e non è proprio usuale vedere un imprenditore che mastica di Twitter e social network.

Come Racconta Alessandra Farabegoli suo blog, questa è stata la pittoresca introduzione di Cesare Azzali, direttore generale dell’Unione Industriali di Parma, a un incontro organizzato per parlare di Web 2.0. Un atteggiamento che la dice lunga sulle resistenze che una parte del mondo industriale oppone alla rivoluzione del Web.

L’Imprenditore, però con il Web ci sguazza e per questo diventa il testimonial ideale per un’intervista sul rapporto tra aziende e Ict.

 

1) Molte ricerche affermano che le imprese italiane sono in ritardo relativamente all’impiego di nuove tecnologie, anche se esistono grandi differenza fra medie e piccole imprese. Secondo lei a cosa è dovuto questo ritardo? E’ vero che gli imprenditori italiani non hanno ancora compreso l’importanza dell’Ict in azienda?

‘Esiste un problema generale per l’Ict che è della società italiana, che va a permeare tutta la società, comprese le aziende. Non solo le aziende ma l’uso evoluto dell’ Ict dei singoli (che spesso scambiano Google o Facebook con internet) o nella pubblica amministrazione. Il nostro è un popolo (credo anche per carenze formative) dove non si capisce quanto l’Ict impatti sulla produttività. Molte delle aziende eccellenti però lo usano come chiave competitiva’.

 

2) Da qualche tempo Confindustria ha puntato con maggiore decisione sull’innovazione. Il messaggio le pare recepito dagli associati oppure, come si dice spesso, il tornio vince sempre sul software.

‘Resta, appunto, un problema culturale e molti capi azienda, magari non giovanissimi, fanno fatica a capire il rendimento dell’investimento e vedono l’Ict come costo‘.

 

3) Ha applaudito Oscar Giannino (il giornalista che ha moderato l’incontro, ndr) quando ha incitato Confindustria a usare i social network. Perché possono essere importanti in azienda?

‘In azienda occorre prima di tutto capirli, poi monitorare l’uso che ne fanno i propri clienti e alla fine, se ne vale la pena fare un progetto. Non tutte le aziende fanno prodotti che traggono giovamento da investimenti sui social media, per altre l’uso di questi strumenti e informatica può aiutare a fare diventare la piccola nicchia globale. Certo, per diventare globale poi ci vuole l’organizzazione aziendale (lingue, logistica ecc)’.

 

4) Che ruolo ha l’Ict nella sua azienda?

E’ stata ed è centrale, usata per lavorare meglio, per essere produttivi e gestire le fluttuazioni dell’economia sia le crescite che le crisi. Avere dati credibili e aggiornati aumenta la velocità di reazione e pianificazione’.

 

5) Quali sono le difficoltà che un imprenditore (medio o piccolo) ha nel suo rapporto con il mondo tecnologico?

‘Culturale, se uno non ci capisce molto deve affidarsi a collaboratori e consulenti, che però (non capendone) ha difficoltà a giudicare. Negli anni, anche attraverso gli errori, se insiste poi l’imprenditore impara a capire e trova il team giusto’.

 

6) Le è capitato di assumere qualche “nativo digiale” che ha portato un’aria di novità in azienda?

‘Nonostante la non giovane età sono una specie di nativo digitale e a volte più fresco, su queste cose, di alcuni collaboratori più giovani. Ad oggi però, per la crisi degli ultimi anni, i nostri collaboratori sono stabili e quindi non ho avuto occasione di inserire giovani con esperienza di social media’.

 

7) E’ normale che nell’era dei social network Confindustria riunisca a porte chiuse gli associati che non vedono l’ora di raccontare tutto ai giornali?

‘A parte che le porte erano semi-chiuse e di giornalisti dentro alla fine ce n’erano, le porte chiuse erano più un messaggio di “troviamoci tra noi per ripensare la nostra organizzazione” e di compattamento e vicinanza al nostro Presidente in un momento difficile per l’economia. Le assise sono state precedute da una lunga campagna di interviste ad imprenditori sul Sole 24 Ore sulle cose da fare. Le porte chiuse erano un metodo comunicativo più che una chiusura. Ed era per lasciare libero chi parlava di dire quello che pensava senza paura di strumentalizzazioni da parte dei giornali.

 

Poi i miei tweet, anche per il tono un po’ dissacrante che assumo a volte, o proprio per strumentalizzazione anno fatto notizia. Ma da quanto ne so non c’è stata particolare agitazione per la cosa’.

 

Luigi Ferro

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